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lunedì 27 settembre 2021

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

La balena

di Marco Celati - mercoledì 19 maggio 2021 ore 08:32

Sopravvivere a se stessi è la cosa peggiore. Ti rimane un caos dentro di quelli che non portano a nulla. E non illuderti di partorire alcuna stella danzante! Solo caos e qualche rimpianto. E una voce che dice: segui il demone, asseconda il tempo, conosci te stesso, non eccedere in nulla. Che poi era Cicerone. E prima ancora Eraclito: l’ethos è il daimon dell’uomo. E mica solo l’Oscuro, tutti i filosofi greci. Ethos e daimon sono intraducibili. Per quel che ne capisco, ethos è chi e come siamo, tra essere e dover essere, e daimon sta a metà tra uomo e dio, è il genio, il demone che ci guida e ci incalza. Non certo il diavolo, forse il destino. Come lasciamo in inglese i termini per la loro sintesi, lasciamoli in greco, o anche in latino, per la loro complessità. Peccato non averlo studiato, il greco e il latino averlo studiato male! Ognuno segua il demone che tiene i fili della sua vita, disse Max Weber ai propri allievi che lo interrogavano sul da farsi. Era dopo la prima guerra mondiale, poi seguì la seconda. Ma non crediate che ne sappia, ne ho letto solo da qualche parte. Sono frammenti. Bisognerebbe averne più contezza. Il demone non è il dio, se è nell’uomo. E l’uomo è bene che un dio non si senta mai. Un demone nemmeno, anche se non è il diavolo. Sentirsi uomini sarebbe già tanto, conoscere la natura. Ma risparmiamoci il fervorino, forse non c’è alcun dio o demone fuori o dentro di noi. È solo un tentativo di spiegare il mondo e se stessi. È la nostra irrequietezza, l’inquietudine e non ci porta sempre bene. Quasi mai. Né ci rende superiori a nessuno. Mi dici di non eccedere. Non mi è mai riuscito dare del tu alla vita. A volte neppure a me stesso. Agli altri poi... Mai volli piacere al popolo profano, che detesto e me ne tengo distante, che si compiace di affidare il potere ai più turpi per onorarli e odiarli. Lo dicono Seneca e Orazio, non io.

Il tempo talora è sembrato di coglierlo, di potergli obbedire con consenso e piacere, ma alla fine non sai più quello che hai voluto o è stato decretato dai poteri, dagli eventi o dal caso. Molto va perso: sopratutto si perde la continuità del tempo. Il valore del lascito. E tutto ricomincia sempre da capo, da capo, da capo. E non sei stato niente. I classici, dice, sono antagonisti al presente e perciò dovrebbero aiutarci, se il presente fa schifo. Non sempre lo fanno e poi bisognerebbe almeno conoscerli e, conoscendoli, allora ascoltarli. Lasciamo stare, non faccio più a tempo. Il tempo è passato come questo vento tra le fronde degli alberi, davanti a una casa non mia. Come questa notte che passerà e che inutilmente interrogo e non so interpretare. Dimmi che resta, se lo sai, notte. Che vale tutto questo. Cosa è stato. Luna e stelle e cielo e questo eccesso di ridere e piangere, soffrire e gioire. Che ne è di noi. E nessuno mi dica -lo pensi pure, ma non lo dica per convertirmi o solo spaventarmi- che siamo orfani di dio. Se siamo orfani, lo siamo nella vita. Se siamo orfani, lo siamo della vita.

Ho sognato che ero a Capo Verde, sull’isola di Boa Vista. Non so come. Mi trovavo là, sulla spiaggia di Boa Esperança davanti al relitto rugginoso e imponente di una nave arenata, la Santa Maria. Stava a riva, abbandonata, percossa dall’Oceano. La conseguenza di un naufragio, il risultato di un ammutinamento o i postumi della sbornia di un capitano. Chissà. Forse solo ciò che resta di un abbandono o di una fuga, di un viaggio alla fine del mondo e del tempo. O, dicono, l’effetto di un magnetismo alterato che fa impazzire le bussole e le creature marine. Mi sono incamminato lungo quella spiaggia chiara, estesa a vista d’occhio, lambita dalle onde, e, più avanti, mi sono imbattuto in una gigantesca balena spiaggiata. Giaceva maestosa, riversa su un fianco e mi sembrava di sentirne ancora il lamento, il richiamo abissale che annuncia l’amplesso o avvisa la prole e gli altri leviatani. Il canto misterioso, come di sirena, che ammalia gli uomini in mare. Accanto al cetaceo morente c’erano delle persone che cercavano di spingerlo in acque più alte, che potessero sostenerlo e ridargli la vita. Forse gli eredi di antichi avi, un tempo balenieri. Mi sono unito a loro, immerso fino alla cintola nei flutti che la risacca muoveva. Ma ogni sforzo era vano. Al mio fianco c’era un uomo magro, scuro di pelle per la razza ed il sole. Accarezzava la balena piangendo e ad un tratto si è girato verso me, sussurrando con una voce profondissima: «desculpe senhor, é meu coração marinheiro, meu coração imperfeito. Scusate, è il mio cuore marinaio, il mio cuore imperfetto. Era un vecchio, con la bocca sdentata e continuava a fissarmi. «È un sogno questo?» gli ho chiesto.«Não sei, senhor». Non lo so, ha risposto. «Ma sì che è un sogno!» Ho ribattuto. «Não, senhor, não é um sonho». No, ha detto e mi pareva seccato e sconfortato. «Allora, scusi, è una metafora?» È lui: «não, senhor, è uma baleia jubarte». No, è una megattera. Poi la scena si apre e appare come vista dall’alto: la nave e la balena non sono lontane in linea d’aria. Si vedono le persone venute a osservare la nave e quelle che cercano di soccorrere la balena. L’isola in mezzo all’Oceano, il mare che sfuma con il cielo, l’orizzonte che sfugge: è bellissimo e struggente. All’improvviso, tutti si alzano in volo, come esseri alati, come uccelli, e sciamano verso il sole che sorge. O forse tramonta. Rimane solo il vecchio che piange, accarezza la balena e ripete: «desculpe, desculpe, desculpe meu coracão». L’Oceano sommerge la nave. La balena muore. Il vecchio chiude gli occhi. E tutto si fa buio.

Marco Celati

Pontedera, 18 Maggio 2021

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Questo racconto deve molto alle lezioni del professor Ivano Dionigi, insigne latinista, per quello che ho capito e per quello che non ho capito e avrò di certo sbagliato. Il sogno è mio. La foto ritoccata raffigura la balena spiaggiata a San Rossore, qualche anno fa.

Marco Celati

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