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lunedì 01 marzo 2021

STORIE DI ORDINARIA UMANITÀ — il Blog di Nicolò Stella

Nicolò Stella

Nato in Sicilia si è trasferito a Pontedera a 26 anni e ha diretto la Stazione Carabinieri per 27 anni. Per sei anni ha svolto la funzione di pubblico ministero d’udienza presso la sezione distaccata di Pontedera del Tribunale di Pisa. Ora fa il nonno e si dedica alla lettura dei libri che non ha avuto tempo di leggere in questi anni.

Pedalare pericolosamente.

di Nicolò Stella - sabato 20 febbraio 2021 ore 07:30

La passione per la bicicletta iniziò da ragazzo in sella a un cancelletto di colore rosso che mio padre utilizzava per andare a lavorare. Bicicletta che poi trasformai in tandem per pedalare, in compagnia di un amico.

Sentimento coltivato con brevi interruzioni, e ripreso poi nella bottega dello Zapier di Via Roma dove la passione ci faceva riunire la sera per ricordare i fasti del passato soprattutto il Giro della Val d’Era: una storia di altri tempi “quando si correva per rabbia o per amore”; le prodezze con gli allenamenti infrasettimanali, gli appuntamenti della domenica mattina, le prime gran fondo, le “discese ardite”, “le risalite” con il cuore fuori soglia, “la gola che chiede da bere”, “rapporti che si devono cambiare” e “lo stomaco dentro al giornale”.

La passione l’ho sfogata, prima con l’acciaio, poi con l’alluminio, il carbonio, per approdare, finalmente senza fare grosse fatiche, alla e-bike. Senza tralasciare la mountain bike.

Alla fine, dopo cinquant’anni e più di bicicletta, una mattina mi sono svegliato e mi sono reso conto che avevo scelto uno sport estremo, uno di quegli sport da seguire sui programmi Sky.

Inizialmente il ciclista deve lottare contro i furti che si ripetono ormai con cadenza quotidiana, furti organizzati, furti occasionali e furti d’uso. L’ultimo sostanziale rinvenimento di biciclette, in città, è avvenuto nel 2011, quando fu trovato un garage dove il proprietario assegnatario dell’alloggio popolare, ne aveva stipato circa cento, tutte rubate e tutte smontate, pronte per essere spedite all’estero. Un commercio che andava avanti da mesi con la complicità del fratello, operatore ecologico, che nel pulire le strade eccedeva nel suo ruolo e caricava sul mezzo a sua disposizione le biciclette che rinveniva lungo le vie ancorché legati a pali o recinzioni e a volte anche dentro i giardini delle abitazioni. “Chi riconoscesse in questo elenco la propria bici è invitato a presentarsi nella Caserma dove ha sede la Compagnia dei Carabinieri per il riconoscimento e restituzione. Ovviamente gli interessati dovranno mostrare le relative denunce di furto…” commentava la giornalista che si interessò della notizia.

Poi c’è stato il caso del soggetto che settimanalmente veniva notato a bordo di biciclette sempre diverse e sempre costose, si scoprì che tutte le domeniche, quando l’Empoli Calcio giocava in casa, si recava in treno in quella città, faceva un giro intorno all’ovale, si sceglieva la bicicletta, tagliava la catena che la teneva ancorata all’inferriata, ci si metteva sopra e raggiunta la stazione ferroviaria, rientrava a Pontedera. Una domenica pomeriggio l’aspettammo alla stazione e una volta sceso dal treno smise di recarsi a Empoli.

Il ciclista deve combattere anche contro la prepotenza dei non pedalatori: “mi raccomando non lasci la bici nel sottoscala, il regolamento condominiale non lo consente,” e poi occorre sempre difendersi dagli automobilisti dai tentativi di essere speronati e dalle offese. Quasi uno scontro culturale. Da una parte il ciclista e dall’altra parte l’automobilista che vede le due ruote come un intralcio al traffico. Questi non ti vedono come un veicolo con pari dignità. Ti valutano come un intruso. Non ti guardano, non ti considerano. Dall’interno del loro abitacolo con l’aria condizionata, con i programmi radio, le porte USB e il navigatore satellitare, hanno altro a cui pensare e poi devono anche telefonare: povero ciclista smarrito!

Di sicuro ho rischiato di più sulle strade, pedalando, che lungo le ferrate delle Apuane o i sentieri delle Dolomiti.

Continuo a rivendicare il diritto alla lentezza, anche quando mi invitano a utilizzare le piste ciclabili, sì quei tracciati colorati, quella presa per i fondelli di stradine strette e malfatte poste ai margini del traffico, lì dove regnano le radici sotto il bitume che a volte ti buttano sul marciapiede e altre in mezzo al traffico.

Politicamente c’è un disinteresse quasi totale. Una semplice modifica al codice, tanta reclamata dalla popolazione ciclistica, dà l’impressione di una scalata al Pordoi. Occorrerebbe solo aggiungere un comma all’art. 148 co. 9 ter del c.d.s. in cui obbliga gli automobilisti a sorpassare ad almeno 1,5 metri di distanza laterale dal ciclista: “Lungo le strade extraurbane è vietato il sorpasso di un velocipede a una distanza laterale minima inferiore a un metro e mezzo”. Una semplice aggiunta ma che sembra di difficile attuazione anche da parte degli stessi politici che hanno dato gli incettivi per l’acquisto dei monopattini.

Nel 2019 le vittime in bicicletta sono state 253 mentre i pedoni sono stati 534. Totale 787. Se si calcola che in un anno vi sono 8.760 ore, i morti sono stati uno ogni 11 ore. 14 la settimana. 56 al mese. Praticamente una strage infinita. L’Istat spiega che l’aumento delle vittime è associato all'aumento delle vendite di biciclette e delle e-bike. Dunque è come dire: usare la bicicletta è diventato pericoloso e la colpa è tua perché la usi.

Il rapporto della polizia stradale sulle violazioni al Codice della Strada conferma che sono in aumento l’inosservanza alla segnaletica orizzontale (strisce pedonali), l’utilizzo del telefono cellulare (distrazione) e la guida in stato di ebbrezza. Tutte infrazioni che vengono commesse sulle nostre strade dominate dai SUV.

Ogni volta che si sale in sella un brivido ci corre lungo la schiena, ma non ci fermeremo, e continueremo a pedalare sulle strade ostinandoci a rivendicare tale diritto. E’soprattutto non siamo più disposti a subire in silenzio.

Nicolò Stella

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