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Cronaca venerdì 10 giugno 2022 ore 11:48

Il borgo ritrova l'arte perduta grazie all'Arma

Un incontro per celebrare il ritorno di un codice rubato nel museo locale 60 anni fa, scoperto dai carabinieri del nucleo tutela del patrimonio



MONTEPULCIANO — Pagine e miniature della prima metà del Trecento rubate, forse negli anni ’50, dai corali esposti nel Museo Civico di Montepulciano, individuate nel 2001 nei cataloghi di una casa d’aste londinese, spontaneamente restituite alle autorità italiane dal proprietario, un cittadino svizzero, ignaro della loro provenienza illecita, riconsegnate al museo poliziano e, nel 2020, esposte a Palazzo Pitti, a Firenze, nell’ambito della grande mostra “Storia di pagine dipinte”.

Sembra il soggetto di una storia “noir”, per fortuna a lieto fine. E’ invece la ricostruzione, estremamente sintetica, di uno degli innumerevoli casi di sottrazione illecita di beni culturali che si sono verificati (e si verificano) in Italia e che fotografa l’assidua, preziosissima attività svolta dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale (TPC), protagonisti – in positivo – dell’intera vicenda.

Proprio per “festeggiare” il ritorno al Museo Civico – Pinacoteca Crociani di alcune pagine trafugate dagli antichi corali, il Comune di Montepulciano, la Direzione della struttura museale e il comando del Nucleo TPC di Firenze, hanno organizzato un incontro, significativamente intitolato “Gli investigatori dell’arte” che, oltre a consentire di ricostruire il percorso seguito da queste opere d’arte, ha aperto un’importante riflessione sulla tutela dei beni culturali nel nostro paese.

Il sindaco Michele Angiolini ha citato l’art. 9 della Costituzione, incluso tra i principi fondamentali della Carta (e recentemente novellato, per la parte relativa all’ambiente), che attribuisce allo Stato la tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione. Tale presenza, nella Costituzione, testimonia l’importanza fondamentale di questa azione, nell’interesse dell’intera collettività. Angiolini ha definito i Carabinieri del nucleo TPC un’ “eccellenza” a livello nazionale, come dimostra anche il fatto che questa formula sia stata ripresa anche all’estero, ed ha espresso loro massima riconoscenza “perché riescono a mettere insieme capacità investigativa, competenza artistica e passione per il proprio lavoro”.

Molto seguita la relazione del Capitano Claudio Maùti, Comandante del Nucleo di Firenze CTP, l’unità che ha condotto l’azione che ha portato alla restituzione delle preziose opere d’arte. L’Ufficiale ha esposto tutti i nuovi strumenti, normativi ed operativi, di cui dispone ora chi indaga sui reati connessi al patrimonio artistico e culturale, sempre più adeguati al valore delle opere oggetto di furti, danneggiamenti e traffici, e anche aggiornati tecnologicamente. La Banca dati “Leonardo” dei beni culturali illecitamente sottratti comprende circa 8 milioni di oggetti descritti e ha generato una app, “iTPC Carabinieri” che chiunque può scaricare sul proprio smartphone e che consente addirittura di verificare se un’opera d’arte di cui si sospetta la provenienza sia stata illecitamente sottratta.

“Abbiamo bisogno di tutti per tutelare l'arte, non bastano 300 Carabinieri – ha detto Maùti –, queste opere appartengono a tutti, ognuno di noi deve essere spinto dal desiderio personale di tutelare l'arte, retaggio del nostro passato”.
Come sempre appassionato e coinvolgente l’intervento del Prof. Roberto Longi, Direttore del museo di Montepulciano, che, dopo aver ricordato che l’Italia è l’autentica culla della cultura e dell’arte a livello mondiale, ha sottolineato che il patrimonio che queste attività hanno generato “è in assoluto il più consistente che ci sia sulla faccia della Terra e va salvaguardato perché è l’identità storica dell’Italia e degli italiani”.

Sia il sindaco sia Longi hanno ricordato un popolarissimo precedente, la , sempre da parte dei Carabinieri del Nucleo TPC, avvenuta il 16 giugno 1995, di uno dei quadri più pregiati custoditi nel museo, la Sacra Famiglia con San Giovannino di Giovanni Antonio Bazzi, detto “il Sodoma”, risalente al 1530. In quel caso furono la sterminata conoscenza e la straordinaria memoria di Federico Zeri, che riconobbe l’opera in Francia, dove era finita dopo il furto, e che mise in moto la macchina investigativa e giudiziaria, che ne consentirono il recupero e la riconsegna.


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