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Attualità domenica 23 maggio 2021 ore 14:15

Covid, i 12 giorni di Anna in cure intermedie

La 72enne aretina è stata ricoverata alla Fratta. "Una degenza bellissima" dice adesso. Il difficile lavoro dei sanitari per raggiungere l'empatia



AREZZO — Anna, 72 anni, non ha dubbi. Dopo 12 giorni in cure intermedie all’ospedale della Fratta, commenta “una degenza bellissima”. Lo dice con un sorriso che s’intuisce sotto la maschera e con le lacrime di commozione che si vedono scendere dagli occhi. Precisa che nella sua vita ha sperimentato altri ospedali italiani: “mai ho trovato un livello di cura e di assistenza come nell’ospedale della Valdichiana”.

E soprattutto prova a spiegare come una paziente Covid possa giudicare “bellissima” una degenza in ospedale. “In primo luogo è vero che mi sono ammalata di Covid ma, in realtà, non ho mai avuto paura. Dal pronto soccorso del San Donato sono passata subito alla Fratta. Hanno avvertito i miei familiari e siamo partiti”.

Condizioni abbastanza buone e quindi l’attenzione, derivata anche dal fatto che gestisce un’azienda agrituristica nella campagna aretina, si è concentrata sull’accoglienza e sulle relazioni: “mi hanno curata con amore e non in modo distratto e freddo. Le prestazioni sanitarie sono ovviamente quelle prioritarie ma per chi è isolato in ospedale e magari in condizioni di salute peggiori delle mie, è fondamentale il contatto umano, poter parlare con il medico e con l’infermiere, riconoscersi, salutarsi”.

Rino Migliacci, Direttore della Medicina Interna della Fratta, incassa gli apprezzamenti ma sottolinea che “il rapporto empatico, come nel caso della signora Anna che ringrazio, si crea con le singole persone e non sempre riusciamo a costruirlo. Noi pensiamo di aver fatto tutto quello che era possibile per i pazienti ricoverati nelle cure intermedie. E vorrei dire che non è stato facile”.

Nella prima ondata Covid, l’ospedale della Fratta non era stato coinvolto. “Guardavamo la situazione dall’esterno come cittadini e leggevamo le riviste scientifiche come professionisti. Poi, nel novembre scorso, è toccato anche a noi. Dinanzi alla pressione crescente sul San Donato, ci è stato chiesto di attivare 15 posti letto di cure intermedie. E di farlo il giorno dopo. Da quel momento è stato un crescendo, proporzionale al dilagare del contagio: da 15 siamo passati a 40 e infine a 72 posti letto di cure intermedie”.

Chi sono i pazienti? “I circa 650 ricoverati, li possiamo dividere in tre gruppi. Quello più consistente era composto da persone che stava guarendo dal Covid ed erano in attesa di tornare a casa ma che necessitavano di un periodo di stabilizzazione, spesso per le altre malattie dalle quali erano affette.

Il secondo gruppo era rappresentato da pazienti stabili nella loro gravità che avrebbero proseguito da noi il trattamento ma che non tutti, purtroppo sarebbero tornati nella loro casa. La terza tipologia di pazienti era quella con forma lieve-moderata di malattia che sono stati ricoverati e trattati da noi e trasferiti al San Donato solo in caso di peggioramento, che si è verificato in numero molto limitato di persone. 

In ogni caso si è trattato di pazienti con bisogni complessi, che hanno costretto medici (quelli di Medicina Interna con la collaborazione dei cardiologi), infermieri e operatori socio sanitari a rivedere pensieri, modalità e ritmi di lavoro".

Un’altra “innovazione” necessaria è stata quella per favorire il dialogo con i familiari: "prima del Covid noi non avevamo orari di visite e le nostre porte sono state sempre aperte ai familiari. Con il Covid le abbiamo dovute chiudere e per i pazienti in cure intermedie abbiamo effettuato videochiamate quotidiane di aggiornamento ai parenti e, nell'ultimo periodo, consentito visite adeguandoci alla normativa. Molti hanno apprezzato, qualcuno avrà ritenuto insufficienti i nostri sforzi. Lo preciso - afferma Migliacci - perché non tutti i pazienti sono stati come la signora Anna".

Luciano Perugini, responsabile infermieristico della Fratta, ricorda invece come “l’empatia che si crea con il paziente sia fondamentale ma anche questa è conseguenza della grande professionalità degli operatori, oltre che di una personale propensione al dialogo. In realtà è quindi il frutto di un piano di assistenza personalizzato che viene messo a punto per ogni paziente. E del lavoro di gruppo che vede protagonisti anche fisioterapisti e psicologici”.

Professionalità significa anche avere la forza di un sorriso dietro la maschera. “Non dobbiamo affrontare solo la malattia ma anche i suoi effetti collaterali. Il paziente ha paura. E’ un sentimento naturale in qualsiasi ricovero ospedaliero ma si amplia con il Covid, malattia dagli esiti spesso incerti. C’è la paura di non farcela, di non tornare a casa oppure di tornarci ma non si sa in quali condizioni” conclude Perugini.

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