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venerdì 20 ottobre 2017

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

DIZIONARIO MINIMO: ​Indipendenza & autonomia

di Libero Venturi - domenica 08 ottobre 2017 ore 08:00

Ero un po’ a corto di argomenti, ma il referendum per l’indipendenza della Catalogna e quello consultivo per l’autonomia del Lombardo Veneto mi hanno offerto il destro. Il destro, non certo il sinistro, dal mio punto di vista. Dirò subito come la penso, a scanso di equivoci e per comodità del lettore pigro. E dirò una cosa impopolare. Disapprovo i due referendum: il primo ma anche il secondo. Il secondo, dice, non è scissionista, ma poi i leghisti nostrali, principali promotori, si affrettano a solidarizzare con gli indipendentisti catalani e quindi, per favore, evitiamo di prenderci per il culo, con rispetto parlando. Senza contare l’effetto imitativo, l’autonomia con queste premesse può divenire l’anticamera della secessione ed i suoi presupposti sono, a mio avviso, discutibili. Dirò poi perché.

Veniamo alla Catalogna. Sono stato per lavoro a Barcellona, splendida e libera città, abitata da gente ospitale e amabile, e mi è capitato di parlare con cittadini e imprenditori catalani. La loro avversità contro i castigliani, madrileni e madrilisti, si percepisce bene: noi siamo il cuore produttivo, abbiamo un pil procapite più alto, saremmo pure repubblicani e loro monarchici, nonché burocrati accaparratori e accentratori di sostanze e di potere. Per non parlare del calcio. Si parla anche un’altra lingua. E la discussione tra lingua e dialetto ci porterebbe lontano, anzi vicino: a casa nostra. Provate a capire il dialetto o il linguaggio veneto, ligure, siciliano o sardo. Perfino il massese o il carrarino non si intendono tanto bene. Insomma per tutto ciò in Catalogna, a sostegno del referendum, contro la Costituzione e la Corte Costituzionale spagnola, si invocano la democrazia e la sovranità popolare. E, diciamo la verità, ai catalani, va la nostra simpatia. La sindaca di Barcellona parla italiano, meglio di noi. E parla bene, non certo come una leghista. Ma democrazia e popolo non sono parole magiche e sacrali che uno le usa e solo per questo ha ragione. Democrazia e popolo sono concetti vasti e riguardano non solo catalani o lombardo veneti. Vogliamo dire che appartengono a tutta la Spagna e a tutta l’Italia, vogliamo dire a tutta Europa e gran parte del mondo? E poi non tutto quello che si fa o si crede di fare in nome o per conto del popolo o della democrazia è sempre giusto: Hitler lo votarono in tanti, Mussolini e Franco, dittature a parte, acquisirono un forte e vasto consenso popolare. Per non parlare di Stalin. Ancora oggi molti popoli in liberi sistemi democratici e costituzionali acclamano e sostengono, anche economicamente, re e regine, che a me, con tutto rispetto, sembra una segata anacronistica. Ma, per carità, Dio salvi il re o la regina. A proposito, ma Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos de Borbón y Grecia, per brevità Felipe VI, re di Spagna, che fa? Prima del referendum tace e dopo pronuncia solo un discorso di condanna senza invitare al dialogo. Se un ruolo hanno ancora re, principi e principesse, oltre ad alimentare il gossip a corte, non sarebbe quello, morale, di tenere uniti paesi, popoli e sudditi? È pesante la responsabilità delle classi dirigenti catalane che hanno acceso questa scintilla esplosiva. Ed è ancor più deprecabile l’incapacità politica del governo spagnolo che non ha saputo aprire un terreno di confronto. Intanto il silenzio dell’Europa è stato assordante: pronunciamenti tardivi, solo a cose fatte. Chissà dove si nasconde la politica? Anche in patria non è che le istituzioni italiane abbiano brillato per tempestive prese di posizione. Tra l’altro la riverita ed emerita Corte Costituzionale, con tanto di toghe ed ermellini, ha dato parere favorevole al referendum de noantri.

E pure la parola indipendenza merita una riflessione. Che andrebbe fatta tenendo conto della storia la quale, oltre a studiarla a scuola e cercando di sfangarla agli esami, bisognerebbe fosse anche maestra di vita. Anche se non mi pare. Se no perché tornerebbero xenofobi, neo fascisti, neo nazisti e similare canaglia, un neo in Europa e nel mondo? Dice, perché ci sono le ondate migratorie, i “barbari” invasori alle porte! Difficile che non ci siano con le disparità che vigono sul nostro pianeta. Il 10% della popolazione consuma e depaupera le risorse della Terra quanto il restante 90%. Circa la metà della popolazione mondiale vive con meno di 3 dollari al giorno. Confondere gli effetti con le cause, le albe con i tramonti, sembra più facile e politicamente redditizio a populisti e demagoghi di ogni latitudine.

Comunque non divaghiamo, torniamo alla storia “magistra vitae” o presunta tale. La Spagna nel corso della storia ha conquistato la sua sovranità e indipendenza riunendo il paese diviso da stati e dinastie. E, successivamente, altrettanto ha fatto l’Italia. Nell'ottocento, ci siamo giustamente battuti per l’indipendenza, o almeno l’hanno fatto classi borghesi, cospiratori, insorti e garibaldini, combattendo contro l’impero Asburgico che ci soggiogava nel Lombardo Veneto e contro i re Borbone che vivacchiavano nel Regno delle due Sicilie, per non parlare dello Stato Pontificio che temporeggiava nel centro del Bel Paese. Per fortuna ci fu il Risorgimento che ci liberò da stati e staterelli, da dazi e dogane, da imperatori, duchi, granduchi e papi e ci riunì in un unico Paese e sotto un tricolore. Per questo si combatterono tre guerre d’indipendenza e anche una guerra mondiale, la prima. Ci furono poveri contadini del sud, che non sapevano bene né l’italiano né perché combattevano, che sacrificarono la vita per le terre “irredente” del nord. E ci furono partigiani e antifascisti, giovani donne e uomini, che liberarono tutto il Paese, da nord a sud, dalla dittatura fascista e ci riscattarono dalla vergogna della seconda guerra mondiale, combattuta a fianco della Germania nazista, dal lato oscuro della storia. E poi durante il boom economico del secondo dopoguerra furono i migranti del sud Italia, i terroni, che costituirono la mano d’opera per i polentoni, le fabbriche e la ricchezza del nord. Ma oggi chissefrega. Vogliamo maggiore autonomia fiscale, questa la principale rivendicazione: a chi le tasse? A noi! In culo a un sistema fiscale equo, ma solidale, per tutto il Paese. Che poi, magari, se tutti le pagassero le maledette tasse...

È vero, alcune regioni del Nord e del Centro Italia corrispondono fiscalmente di più di altre e di quelle del Sud. E per questo un Paese serio dovrebbe riequilibrare il saldo con leggi puntuali evitando il ricorso a consultazioni referendarie, che, seppur strumenti democratici e popolari, possono innescare debordanti processi imitativi. I referendum non dovrebbero essere ammessi su materie tributarie e di bilancio, ancorché mascherate da richieste di autonomia, lo dice la Costituzione della Repubblica Italiana, all’art. 75. Volete pagare le tasse o no? Volete concorrere con le vostre tasse -e quelle degli altri- per tutta l’Italia, oppure tenerle per voi? Chi risponderebbe sì del popolo italiano? Ma anche di quello spagnolo. E in ogni caso, se proprio si dovesse fare una simile consultazione referendaria, anche se dispererei ugualmente circa il suo risultato, dovrebbe essere estesa a tutto il Paese e non solo a qualche regione o a pochi furbi. In Spagna non siamo ai tempi delle guerre con i mori e i francesi e in Italia l’abbiamo già avuto il Risorgimento e abbiamo istituito le Regioni. Anche quelle autonome, a statuto speciale, che semmai andrebbero seriamente riconsiderate perché drenano troppe risorse a tutti noi e, tranne qualche ragione linguistica diversamente risolvibile, oggi non avrebbero più ragion d’essere.

Il cammino dell’uomo non si arresta: si può andare avanti o fare come il gambero, perché la storia propone corsi e ricorsi, ma potrebbe e dovrebbe esserci d’insegnamento, a condizione che i suoi stadi siano contestualizzati e assunti in un processo evolutivo. Altrimenti rischiamo di trovarci a lottare per restaurare quello stesso scenario contro cui due secoli fa i nostri progenitori si sono dovuti battere. Non solo Ottocento e Novecento sono trascorsi e non invano, ma, andando a spasso, a caso e a cazzo a ritroso nella storia, non siamo più nemmeno ai tempi dell’Impero Romano, se no il patrizio Gentiloni potrebbe rivendicare dal barbaro Macron il possesso della Gallia, nel nome del compianto Giulio Cesare. Neanche ci troviamo nel Settecento, al tempo della Rivoluzione Francese, sanguinosa e salutare scintilla di libertà, uguaglianza e fraternità per tutto il mondo. E quindi non starebbe bene agitare forche e ghigliottine in manifestazioni sedicenti pacifiche con i poveri Renzi e Poletti decapitati. Chissà che pena per il ministro del lavoro Poletti, con barbetta e doppio mento! E neppure viviamo ai tempi delle rivoluzioni bolsceviche o fasciste, diversissime fra loro, ma accomunate dalla spinta di ideologie forti, da un feroce totalitarismo statalista, sostenuto da gruppi minoritari sorretti dalla convinzione di incarnare la finalità della storia, al di sopra di tutto e tutti. Per questo, al di là di motivazioni che si possono discutere e alcune perfino condividere, è assurdo che, ogni volta che si riunisce un G7 o 8 e altri numeri assortiti, ci siano manifestazioni che quasi sempre sfociano, per responsabilità diverse, in violenza, contro “i potenti della terra”. Perché, sempre a proposito o a sproposito di popoli e democrazia, quei potenti, non tutti, ma diversi, sono comunque i rappresentanti eletti dal popolo in libere consultazioni democratiche. E se parlano tra loro, di questi tempi è pure meglio. Ma chissenefrega: non vi spartirete il mondo, noi siamo il popolo, noi la democrazia, nostro è l’ideale, nostra la ragione. Quella vera, la sola e assoluta. E a culo tutto il resto.

Oggi invece la storia che ci toccherebbe, ci consegna piuttosto in eredità “pro futuro” un’idea di ulteriore unità e superamento degli asfittici concetti di nazione, etnia, razza, ius sanguinis nel cui nome guerre e stragi sono state perpetrate. Il male incarnato nella storia, perfino nelle vicende private: un padre che ammazza un figlio adottivo avrà una pena minore perché non c’è l’aggravante della discendenza di sangue. E “storia” di questi giorni. Chi sono i barbari poi?

Il mondo si globalizza e non è che di questo processo tutto ci piaccia, anzi di un mondo così ingiusto e ecologicamente compromesso è lecito dubitare. E questo vale anche per l’Europa dei burocrati e dei poteri forti. Ma questo mondo non si affronta ritornando al regno delle Asturie, di Castiglia o di Navarra e tantomeno al Lombardo Veneto o al Granducato. È peggio. In Spagna l’hanno capito perfino i Baschi, che pure nel corso della loro storia, di autonomia, di rivolte e perfino di terrore se ne sono intesi, anche troppo, e ora si propongono come mediatori moderati. In effetti una soluzione politica tra Madrid e Barcellona, una mediazione, forse potrebbe salvare capra e cavoli. Speriamo. Gli Stati Uniti hanno combattuto una guerra civile, sanguinosa e fratricida contro la secessione del sud schiavista e razzista e hanno creato un grande Paese e uno stato che è una federazione solidale e unita di stati. Speriamo di poterlo fare anche in Europa e di saperlo fare con le armi della politica, per via pacifica che, quanto a guerre, noialtri abbiamo già dato. Dalla balcanizzazione degli stati e dell’Europa non c’è da aspettarsi nulla di buono, dagli Stati Uniti d’Europa qualcosa, forse.

E tutto questo pistolotto, questo pippone, per dire che non so come andrà a finire, ma non credo ci salveranno le piccole patrie, patrie ancora più limitate delle nostre attuali, né se ottenute con le forme e le procedure della democrazia, né per effetto dell’insurrezione popolare. Non credo nemmeno che ognuno, chiuso nel proprio egoismo, si salvi da solo. Da soli si muore soli. Occorrono sistemi solidali per vivere. E ciò vale per gli uomini come per i paesi.

Libero Venturi

Pontedera, 8 Ottobre 2017

Libero Venturi

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