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venerdì 15 dicembre 2017

QUA LA ZAMPA — il Blog di Monica Nocciolini

Monica Nocciolini

Si fa presto a dire cane: che cane? da compagnia? da lavoro? simpatico? scorbutico? pelandrone? magrolino o cicciotto? brigante o tenerone? C'è tutto un mondo a quattro zampe, nella vita quotidiana di ognuno di noi e delle nostre società. La giornalista Monica Nocciolini, ideatore di qualazampa.news, vi aiuta a conoscerlo. Zampe in spalla!

​Tirare al guinzaglio, una cosa che si fa in due

di Monica Nocciolini - martedì 19 settembre 2017 ore 11:41

Il cane deve sempre saper annusare

Sciaguattati al guinzaglio di tutto il mondo: unitevi! Anzi: uniamoci! Sì perché scrivere di cani non mette puuuuunto al riparo dalla questione. E la domanda è: può una mite segugia quattordicenne coi baffi bianchi tramutarsi in un imperioso cane da slitta, tirando la sua umana non esattamente peso piuma su e giù per le montagne sino a fracassarle scapole e tendini delle braccia a mo’ di tortura medievale dell’allungamento degli arti? Può, può. La mia può. Ne ho – purtroppo – le prove. Merito delle vacanze in montagna, dove il cane ebbene sì: mi s’è rincucciolito. E mentre mi strattonava per andare a fiutare ogni bacca di sottobosco (per farsi perdonare però mi trovava more e lamponi che altrimenti mai avrei raggiunto; funghi nulla) ero lì che pensavo: «Eccolo, il senso profondo del guinzaglio: un compromesso relazionale».

Sì perché chi tira chi, in realtà? In montagna Erly tirava me (avanti) ma io tiravo lei (indietro, per manifesta incapacità a tenere il suo passo da quattro zampe motrici). E lei avrà provato lo stesso disagio che provavo io. Garantito. E poi c’erano i momenti di equilibrio, in cui nessuno tirava nessuno e si condividevano percorsi e sentieri, sguardi e curiosità, in una comunicazione silenziosa che percorreva quella striscia di stoffa dalla mia mano alla sua schiena, lì dove si aggancia la sua pettorina. In quei momenti, il guinzaglio diventa libertà pura. Sì: libertà al guinzaglio.

Ho capito perché il guinzaglio deve avere alcune caratteristiche. Non troppo corto, perché il cane deve potersi abbassare per annusare a terra ogni volta che lo desidera. Non teso, perché il cane confonde trazione con preoccupazione, e quindi pericolo, e quindi «oddìo oddìo io tiro di là». Non troppo lungo (la legge prevede un metro e mezzo) perché non sarebbe al sicuro, soprattutto nelle passeggiate di città. Non estensibile (ebbene sì: lo si trova al supermercato ma non è legale) perché questo esaurisce la funzione di contenimento inscritta nel guinzaglio, e poi anche perché l’estremità di plastica rigida non permette di ‘sentirsi’ reciprocamente, e invece è bene che le vibrazioni scorrano dal conduttore al cane e dal cane al conduttore. Non in mano ai minori: eh no, i minorenni – men che mai da soli – il cane fuori non lo possono portare, non è proprio previsto. E poi? E poi ci si lavora.

Con Erly – che dopo l’adozione, avvenuta quando già era adulta, per due anni non ha più voluto saperne di mettere zampa fuori da casa – c’era da partire da lontano. Ma, in generale, col cane fin da cucciolo il guinzaglio è una questione ‘a due’ tutta da costruire e difficilmente uguale identica da binomio a binomio. Per farlo ci sono educatori e istruttori preparatissimi, e il veterinario quasi sempre un consiglio lo sa dare. Nel percorso si impara a guardarsi, ad ascoltarsi, a prevedersi e ad assecondarsi reciprocamente fino ad arrivare in una comfort zone dove di tirare non c’è più bisogno, perché è un’area di reciproco rispetto e sicurezza. Amicizia. Il guinzaglio, alla fine, è il simbolo esplicito di quel legame. Mica male.

Monica Nocciolini

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